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Il Dipartimento della Casa fa parte dell'amministrazione
centrale tibetana di Sua Santità il Dalai Lama, in Dharamsala.
Fondato nel 1960, si occupa della reintegrazione e dello stato socio-economico
di tutti i profughi tibetani.
Dunque, il lavoro è diviso in due aree: reintegrazione e stato
economico. Il programma di inserimento è stato creato per fornire
a tutti i rifugiati tibetani in India e in Nepal, una casa e condizioni
di vita discrete. Una volta reintegrati, il programma punta ad un efficiente
sviluppo economico, in modo che i rifugiati possano guadagnarsi da vivere
ed aiutare le loro comunità ad essere indipendenti.
Tutti i funzionari dei campi, i funzionari dello Stato che lavorano nelle
zone dove non ci sono insediamenti, i managers dei centri artigianali,
sono responsabili verso il Dipartimento della Casa, e attraverso di loro,
l'amministrazione centrale tibetana si tiene aggiornata sui progressi
di tutti i piani reintegrazione e di sviluppo economico.
La maggioranza dei profughi vive in India, Nepal e Bhutan, ma ci sono
tibetani in trentuno paesi di tutto il mondo, inclusi Stati Uniti, Canada,
Australia, Giappone, Gran Bretagna, Svizzera e Francia, e con tutti si
mantengono stretti legami, attraverso i vari uffici del Tibet oltreoceano.
Il Dipartimento della Casa lavora a stretto contatto con the Rehabilitation
Division of the Government of India's Ministry of Home Affaires, ma anche
con diverse organizzazioni di volontari e benefattori.
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Il Comitato Centrale Tibetano di Soccorso ( CTRC )
di Sua Santità il Dalai Lama, fa parte del Dipartimento della Casa
ed è un'istituzione di carità riconosciuta.
Fu registrata come istituzione di carità nel 1981 grazie al XXI
decreto Registrazione Istituzioni Indiane ( Indian Societies Registration
Act ) del 1860. Nel 1985 fu di nuovo registrata con il decreto di regolazione
straniera ( Foreign Contribution Act ) e le è stato assegnato il
numero 182450005/85.
L'obbiettivo principale del CTRC è quello di aiutare i poveri,
bisognosi e derelitti appartenenti alla comunità tibetana in esilio.
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Così il CTRC aiuta le comunità
tibetane: |
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Collabora ed organizza
programmi di sviluppo per i più poveri.. |
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Coordina gli sforzi del Governo Indiano,
delle associazioni di sussidio e dei singoli,
e mobilita le loro risorse. |
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Pianifica e porta a termine il reinserimento
ed il reinsediamento dei profughi tibetani. |
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Promuove l'industria dell'artigianato
attraverso centri e cooperative di autoaiuto. |
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Promuove progetti per l'agricoltura
in modo da aumentare la produzione di cibo. |
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Offre assistenza ed istruzione in
scuole di artigianato e altri centri di insegnamento. |
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Organizza, nell'emergenza, un lavoro
per le vittime dei disastri naturali. |
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Riceve e distribuisce donazioni quali
cibo, medicinali, vestiario ed oggettistica varia. |
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Gestisce corsi didattici di orientamento
per facilitare il reinserimento dei rifugiati. |
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Il Tibet era uno Stato indipendente, con il suo Governo,
la sua economia, la lingua, la cultura e la religione, fino all'invasione
cinese. Fin dall'inizio dell'aggressione cinese nei confronti del Tibet
del 1949, unmilioneduecentomila tibetani ( circa un sesto della popolazione
totale ) sono morti a causa di persecuzione politica, esecuzioni, torture
e fame. Più di seimila Monasteri, conventi e altri antichi centri
culturali e religiosi sono stati distrutti. Il Tibet è stato invaso
dai cinesi e ci sono ora settemilionicinquecentomila cinesi contro i seimilioni
di tibetani che vivono in Tibet. I tibetani sono ancora perseguitati,
imprigionati e uccisi a causa del loro credo politico e religioso e perché
tengono dimostrazioni non violente per dichiarare il diritto alla libertà
nel loro paese.
Nel 1959, in seguito alla ribellione di Lhasa e alla successiva repressione
dei cinesi, Sua Santità il Dalai Lama lasciò il Tibet per
cercare asilo politico in India. Poco dopo, un massiccio esodo di circa
85.000 tibetani invase l'India, il Nepal ed il Bhutan. Essi fecero un
terrificante viaggio attraverso i passi Himalaiani alti 5.000 metri e
molti, specialmente donne e bambini, morirono lungo la strada.
La fuga dalla propria Patria spesso porta la popolazione
a perdere la cultura originale e a trasformare il consueto stile di vita,
ma la salda determinazione dei rifugiati tibetani ha preservato la loro
religione e la loro cultura anche in esilio. E' importante ora come lo
era nel 1959 mantenere intatte queste espressioni di vita tibetana nei
campi e nelle comunità dei rifugiati.
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Il Dipartimento della Casa iniziò il programma
di reinserimento nel 1960 con l'intento di portare tutti i rifugiati tibetani
in comunità abbastanza grandi da preservare la lingua, le tradizioni,
la cultura e da consentire loro di diventare autosufficienti.
Il numero complessivo di rifugiati tibetani si aggira attorno ai 109.500
( dati che si riferiscono al luglio 1992
Oggi sono molti di più
). Di questi, 106.500 vivono in India, Nepal e Bhutan.
Ci sono in totale 53 campi. Questi ospitano il 63% della popolazionedi
rifugiati tibetani.
Riguardo alla loro principale fonte di sostentamento, i campi possono
essere divisi in: agricoli, agro-industriali, e artigianali. La popolazione
rimanente vive in comunità sparse al di fuori dei campi.
Seguendo l'esodo dei rifugiati dal Tibet, la necessità di organizzare
il reinserimento divenne una questione urgente. Nei primi anni '60 almeno
millecinquecento profughi arrivavano dal Tibet ogni settimana. Essi erano
esausti dopo il loro terribile viaggio e soffrivano di stress psicologico
come conseguenza dell'essere senza tetto e della separazione dalle loro
famiglie. A causa del clima caldo e delle scarse condizioni igieniche
dei campi di transito, i rifugiati contraevano malattie sconosciute sulle
alte vette del Tibet e molti di loro morirono. A mano a mano, i rifugiati
vennero mandati in campi nel nord-ovest dell'India, dove potevano guadagnarsi
da vivere lavorando nella costruzione di strade.
L'approvvigionamento di cibo, rifugi, aiuto medico, istruzione e di mezzi
per guadagnarsi da vivere, fu l'immediato proposito. Tuttavia non vennero
trascurate le tradizioni, l'insegnamento della religione e della lingua
tibetana, che in patria erano state praticamente annullate dal totalitarismo
cinese.
In questo momento critico, Sua Santità il Dalai Lama chiese personalmente
al Governo dell'India di concedere delle terre ai tibetani perché
potessero insidiarvisi e coltivarle, specialmente nel sud del paese. Gran
parte dei rifugiati erano stati, in Tibet, allevatori o pastori nomadi,
ma questa calda terra, piena di foreste, era molto differente dalle condizioni
a cui erano abituati. Venne fornito più o meno, un acro di terra
per ogni adulto e i tibetani impararono la coltivazione nelle terre indiane
ed anche l'uso di macchine per l'agricoltura, fertilizzanti chimici e
grande varietà di semi.
C'erano molti più rifugiati che terre disponibili per l'agricoltura,
così la quantità di terreno era troppo limitata per poter
raggiungere l'autosufficienza; vennero creati campi agro-industriali.
Questi insediamenti, che si svilupparono principalmente nell'Uttar Pradesh
e nel Himachal Pradesh, si basavano in parte sull'agricoltura ed in parte
su attività industriali.
Nel 1965 la Società Tibetana di Ripristino Industriale (Tibetan
Industrial Rehabilitation Society ) fu fondata da svariate associazioni
di volontariato interessate allo sviluppo dell'industria nei campi. Questa
era una istituzione di carità registrata e si fondava interamente
su donazioni straniere. Iniziò progetti per l'estrazione del calcio
e la produzione di fibra di vetro, e più di 4.000 rifugiati vennero
integrati in diversi campi agro-industriali. Sfortunatamente alcune di
queste industrie fallirono, in gran parte a causa della mancanza di conoscenze
tecniche, di una cattiva amministrazione e di fondi limitati. Tuttavia,
la situazione è cambiata ed i rifugiati hanno, ora, più
familiarità con gli ambienti industriali e con il menagement.
La centenaria tradizione di tessere i tappeti si rivelò essere
l'impresa industriale di maggior successo e molti dei cosiddetti campi
agro-industriali si concentrano ancora sulla produzione di tappeti ed
altri oggetti d'artigianato.
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Il programma di reinsediamento fino
ad oggi ha raccolto grandi successi. Questi successi sono stati raggiunti
grazie alla determinazione dei rifugiati tibetani ed alla generosità
dei benefattori che ci hanno aiutato negli ultimi trent'anni.
Dei 53 campi profughi sparsi tra l'India, il Nepal ed il Bhutan, 26
sono ad economia agricola, 16 agro-industriale e 11 si basano sull'artigianato,
in special modo la lavorazione dei tappeti.
I campi variano in relazione alla zona in cui si trovano. Alcuni campi
più isolati, nel Ladakh o nel Nepal settentrionale, sono abbastanza
simili al Tibet per quanto riguarda il clima e lo stile di vita. Tuttavia,
meno del 5% dei rifugiati tibetani vive in questa zona. |
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Cooperative e associazioni vennero stabilite fin dai
primi tempi quali parti integranti dei campi. Sebbene essi siano sotto
la protezione del Dipartimento della Casa, quasi tutte le cooperative
e le società sono legalmente riconosciute come entità indipendenti.
Nei campi agricoli esse si procurano, ma anche incrementano, l'utilizzo
di semi, fertilizzanti e pesticidi; il mercato agricolo produce a livello
collettivo e provvede all'attrezzatura comune, quali trattori, camion
e magazzini. Anche nei campi a base artigianale sono state fondate cooperative
e società per poter gestire centri dell'artigianato e di tessitura
dei tappeti. Altre loro responsabilità sono quelle di organizzare
i trasporti, gestire i negozi all'interno del campo e, specialmente nei
campi più decentrati, procurarsi le provviste necessarie agli abitanti.
In India ed in Nepal sono stati costruiti 171 tra monasteri, conventi
e templi, fin dai primi tempi dell'esilio. Oltre ad essere istituti religiosi,
questi sono importanti come centri culturali ed educativi e sono un forte
simbolo dell'identità tibetana. All'incirca il 10% della popolazione
dei rifugiati, sono monaci o suore.
Tutti questi campi e la maggior parte delle comunità sparse, possiedono
istituti scolastici, a partire dall'asilo fino ad arrivare alle superiori
in alcuni campi, ed alle medie in tutti gli altri. Ci sono diversi collegi
tibetani in svariate zone dell'India. Quasi 25.000 bambini frequentano
le ottantaquattro scuole tibetane in India, Nepal e Bhutan. Approssimativamente
il 92% di tutti i bambini tibetani in esilio tra i sei ed i diciassette
anni, vanno a scuola, e l'84% di questi, frequenta le scuole tibetane.
Nel tempo, le abitazioni nei campi sono migliorate, in accordo con i fondi
disponibili e gli aiuti da parte delle associazioni di volontariato. Nei
progetti più recenti, ogni due case, sono stati allestiti i servizi
igienici e dove possibile, ogni abitazione è stata rifornita con
acqua potabile. In alcuni casi si è provveduto a rinforzare la
struttura delle case in modo che potessero sopportare il peso di un eventuale
secondo piano.
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Uno dei più grandi problemi nei campi è
la rapida crescita della popolazione, dovuta al numero delle nascite nella
comunità, ma anche alla continua venuta di nuovi profughi, che
è aumentata dal 1980, data nella quale le restrizioni di frontiera
col Tibet divennero meno rigide.
Dal 1980 più di 10.000 tibetani hanno chiesto asilo in India e
la maggioranza di questi sono bambini e giovani sotto i 25 anni di età.
Questo ha messo a dura prova una economia già fragile e le infrastrutture
dei campi: le abitazioni, i dispensari, gli ospedali, le scuole e altri
servizi non sono più sufficientemente equipaggiati per fronteggiare
un tale numero di persone. In aggiunta al problema, la terra concessa
agli abitanti dei campi, che non è cresciuta di pari passo con
la crescita della popolazione, è diventata meno fertile.
Inoltre la mancanza di possibilità di impiego, specialmente per
i giovani che hanno avuto l'opportunità di studiare, spinge un
numero sempre crescente di persone a lasciare i campi per cercare lavoro
altrove, e questo mette in discussione ed in pericolo la ragione stessa
per cui si era deciso di creare i campi, in origine.
Nuovi rifugiati
Dopo i cambiamenti riguardo alle restrizioni di frontiera, il numero di
rifugiati in fuga dal Tibet è sempre aumentato e continua ad aumentare
drammaticamente: nel 1990, più di duemila rifugiati arrivarono
in India ed in Nepal, e l'anno successivo il numero crebbe notevolmente.
I tibetani continuano a fuggire dal loro paese per diverse ragioni:
· Essi hanno preso parte a dimostrazioni pacifiche o hanno criticato
l'oppressione cinese affrontando persecuzioni politiche. Queste persone
hanno spesso subito torture o lunghe prigionie.
· Essi desiderano poter praticare la loro religione in libertà
senza essere perseguitati.
· Essi credono fermamente di poter fare di più per la liberazione
del Tibet vivendo in un paese libero.
· I bambini sono sia mandati che portati al di fuori del Tibet
dai loro genitori per potere ricevere una educazione, poiché ci
sono poche strutture scolastiche per i tibetani in Tibet.
· I giovani tra i 14 ed i 25 anni vanno alla ricerca di un lavoro
o di una istruzione.
La più frequente via di fuga per i rifugiati, è attraverso
i passi d'alta montagna, portando pochi oggetti personali con loro. Molti
rifugiati sono stati sottoposti a torture e imprigionamenti, e questo
estenuante viaggio, insieme agli effetti dovuti ad una dieta povera e
a cambiamenti di clima ed alimentazione, spesso causa problemi di salute
al momento dell'arrivo nella terra d'esilio. Il Dipartimento della Casa
ha ideato delle sistemazioni per cercare di gestire questo continuo esodo,
ma a causa dei fondi limitati, queste collocazioni sono considerate solo
un rifugio temporaneo.
Oltre ai problemi di salute, i nuovi arrivati raramente possiedono istruzione
e capacità necessarie per mantenersi e i già sovraffollati
campi non riescono ad ospitarli.
Rifugiati non collocati
Più di 11.000 tibetani arrivati in India e Nepal tra il 1959 ed
il 1979 non hanno mai ricevuto una casa o i mezzi per potersi guadagnare
da vivere.
I rifugiati non insidiati vivono in campi sparsi, per esempio in Manali
e in Kullu, o nelle comunità di questi campi sono stati dotati
di un dispensario, di una scuola e di un piccolo tempio, ed un che si
sono sviluppate attorno alle grandi città, come Majnu Ka Tila,
fuori Delhi. La maggior parte funzionario dello Stato Tibetano in esilio
è incaricato di badare al loro funzionamento.
Tuttavia l'unica fonte di impiego, in questi campi, è il lavoro
manuale, il commercio ambulante stagionale o la gestione di piccoli negozi.
Gli anziani
I vecchi tibetani oggi in esilio, sono stati i pionieri, i primi rifugiati
che da principio organizzarono i campi e le strutture dell'amministrazione
centrale tibetana. Sono loro a ricordare com'era il Tibet prima dell'invasione
e portano con se la cultura , la lingua e lo spirito di indipendenza del
popolo tibetano. Fin dall'inizio, Sua Santità il Dalai Lama, volle
che venisse dato, ai vecchi ed agli infermi, un posto in cui vivere dignitosamente
e dove potessero essere curati, dando loro la possibilità di dedicare
il resto della vita al riposo ed alla preghiera.
Ci sono più di 11.000 rifugiati con più di sessant'anni.
Fino a quando questi anziani possono vivere a casa con le loro famiglie,
sono incoraggiati a farlo. Il CTRC gestisce un progetto per trovare sponsor
per i vecchi bisognosi, in modo che possano avere una piccola somma che
dia loro la possibilità di restare in famiglia. Tuttavia ci sono
più di mille anziani che non possono guadagnarsi il proprio sostentamento
e non hanno sponsor.
Il Dipartimento della Casa, inoltre, amministra sei case di riposo per
460 anziani e infermi e progetta di costruirne altre.
Abitazioni
La popolazione in continua crescita all'interno dei campi, ha portato
a seri problemi di sovraffollamento. Le case ( che alcune volte sono costituite
da una sola stanza ) originariamente progettate per ospitare cinque persone,
ora, sovente, ne ospitano fino a dieci. Molte delle abitazioni non sono
più state ristrutturate dal momento della loro costruzione, negli
anni '60. La principale richiesta rivolta dai campi, è di migliorare
le condizioni abitative.
Il CTRC deve provvedere ad un accrescimento delle condizioni di vita e
delle abitazioni all'interno dei campi.
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Agricoltura
Poiché la maggioranza dei primi rifugiati era costituita da agricoltori
e pastori, l'agricoltura sembrò l'occupazione più confacente
da esercitare in esilio.
Oggi l'agricoltura costituisce ancora la fonte primaria di occupazione
per poco meno di metà della popolazione lavoratrice nei campi profughi.
Nelle comunità sparse, dove c'è poca terra a disposizione
per la coltivazione, purtroppo, solo una piccola percentuale della forza
lavoro è impiegata in agricoltura.
I primi abitanti dei campi ricevevano un acro di terra a testa, ma a causa
dell'aumento della popolazione, l'appezzamento medio del terreno per persona,
oggi, si aggira attorno al mezzo acro: riso, patate, granoturco e frumento
sono coltivazioni importanti, ma vengono anche coltivate soia, senape
e orzo. La maggioranza dei campi agricoli è situata nell'India
meridionale e centrale, sebbene alcune colture come quella delle mele,
siano tipiche dell'India settentrionale.
L'allevamento di animali è un possibile settore di crescita all'interno
dei campi dove vengono già ospitati bufali, mucche, pecore, maiali,
capre, cavalli e polli. Le maggiori difficoltà per ciò che
riguarda l'allevamento, risiedono nella scarsità di pascoli ( meno
dell'1% del totale della terra a disposizione è idoneo al pascolo
), nella carenza di specie allevabili e nella mancanza di esperienza nel
settore veterinario.
Artigianato
Il Dipartimento della Casa è responsabile in particolare dei centri
artigianali all'interno dei campi, ma anche della lavorazione della lana,
della tintura e dell'ufficio per l'esportazione dei prodotti artigianali.
Il principale obbiettivo dei centri artigianali è quello di creare
posti di lavoro nei campi. Questo è particolarmente importante
nel nord dell'India, dove la terra per uso agricolo è scarsa. Inoltre
l'industria artigianale ricopre un ruolo importante nel mantenere vive
le tradizionali arti tibetane e l'attenzione del resto del mondo sul Tibet
e sulla sua gente.
La principale attività artigianale è la tessitura dei tappeti
e nei campi in cui viene praticata è un'importante fonte di guadagno,
particolarmente per le donne, i nuovi arrivati e per i giovani che non
riescono a proseguire gli studi. Nei campi il 10% della forza lavoro è
impegnata in questo mestiere.
L'attività della tessitura dei tappeti ha avuto particolare successo
in Nepal, dove procura moltissimi posti di lavoro ed è il principale
motore di scambi con l'estero, addirittura più del turismo.
I tibetani vengono anche preparati alla tessitura di stoffe e relativa
produzione di vestiti, alla produzione di incenso, all'intaglio del legno,
alla pittura e a manufatti in metallo.
Il Dipartimento della Casa ha fondato una rete di cooperative e società
artigianali in quasi ogni campo, ed ogni centro artigianale possiede una
zona per la vendita e l'esposizione dei prodotti.
Analisi di un caso
Un centro artigianale: la Società Artigianale di Autoaiuto per
i Rifugiati di Simla
Nel 1965 venne fondata la Società Artigianale di Autoaiuto per
i Rifugiati Tibetani nella zona di Summer Hills, vicino a Simla. All'inizio
solo otto persone vennero assunte, ma il numero aumentò gradualmente.
Essi divennero abili nella tessitura dei tappeti e dei loro tipici grembiuli,
nell'incisione del legno, nei lavori di sartoria e di maglia.
Nel 1972 la società si spostò nella zona ancora oggi da
essi occupate vicino a Kasumpti, a circa sette chilometri da Simla.
Nel 1975 vennero costruiti un nuovo centro per la produzione di tappeti
e abitazioni per i lavoratori. In questo periodo lavoravano per la società
105 persone.
Kasumpti stava diventando un centro molto fiorente e nel 1082 i tibetani
non ancora sistemati che si trovavano nei dintorni di Simla, furono ospitati
in un campo costruito nella stessa zona. Nel 1985 il successo del centro
artigianale portò alla costruzione di un altro edificio più
grande che potesse alloggiare cento lavoratori. Il centro adesso impiega
250 tibetani ed è anche munito di un moderno ed attrezzato laboratorio
per l'intaglio del legno. Oggi il campo di Kasumpti e tutti i campi vicini,
sono ben forniti a livello di servizi: ci sono due monasteri, un dispensario
ed un centro di medicina tibetana. Nel 1985 vennero edificati un asilo
ed una scuola per i tibetani di tutta la cintura attorno a Simla.
Vendita di maglioni
Molti tibetani ( circa un terzo della popolazione attiva nei campi ) vendono
maglioni. Questo tipo di commercio iniziò nei primi anni '60, quando
le donne tibetane cominciarono a vendere maglioni di lana fatti in casa,
nei bazaars locali. Si rivelò essere un'ottima fonte di guadagno
e poiché non riuscivano a soddisfare la richiesta, i tibetani iniziarono
a comperare maglioni nelle industrie indiane del Punjab, per poi rivenderli
sui mercati.
I tibetani "commercianti" viaggiano tre o quattro mesi ogni
inverno per vendere la loro merce nelle varie città dell'India,
ma per alcuni di essi, questa è diventata un'attività permanente.
Le entrate non sono sicure, dipendono dalla fortuna e dall'abilità
del venditore, ma un buon commerciante di maglioni, può guadagnare
due o tre volte di più di un tessitore di tappeti.
Il resto della popolazione attiva è impiegato nel settore dei servizi
( ristoranti o alberghi ), nel commercio con negozi privati di tappeti
o di artigianato in genere, ed in altre attività quali impieghi
Governativi ( negli uffici di Dharamsala, dove ha sede il Governo Tibetano
in esilio ).
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L'amministrazione centrale tibetana vorrebbe vedere
una base economica più sicura ed autosufficiente per la comunità
di rifugiati, che diventerebbe quindi in grado di diminuire la propria
dipendenza da fondi e prestiti esterni.
Poiché l'economia dei rifugiati si basa principalmente
sull'agricoltura, l'artigianato e la vendita dei maglioni, questo la rende
particolarmente vulnerabile alle fluttuazioni del mercato. E' necessaria
quindi una diversificazione per rendere l'economia più stabile,
ma è necessario, anche, che i giovani sviluppino le loro capacità
nell'ambito del commercio e della tecnologia. Il CTRC sta organizzando,
inoltre, progetti agro-industriali che consistono nella costruzione di
mulini ed essicatoi.
La disoccupazione e la conseguente migrazione dai campi
è un problema in crescita. I giovani scolarizzati hanno particolari
difficoltà nel trovare un lavoro all'interno dei campi. Quindi,
mentre i giovani vengono obbligati a cercare lavoro da qualche altra parte,
i campi vanno incontro al rischio di disintegrarsi con l'avvento della
futura generazione. Viene spesso detto che la reintegrazione della seconda
generazione è più difficile rispetto a quella della prima,
e nel caso dei tibetani questa affermazione si è rivelata più
che vera.
Agricoltura
Con il crescere della popolazione i campi devono mantenere sempre più
gente. E' quindi di vitale importanza lo sviluppo di tutto il potenziale
della terra agricola a disposizione. L'irrigazione, la meccanizzazione
attraverso trattori, la coltivazione di frutteti e l'allevamento sono
tutti mezzi per migliorare i sistemi agricoli.
L'acqua costituisce un problema per la maggioranza
dei campi: solo il 7,5% della terra coltivabile è irrigato e molti
campi agricoli non possiedono né pozzi né bacini e devono
basare il loro approvvigionamento d'acqua sulle piogge o sulle venute
d'acqua stagionali. Questo provoca preoccupanti problemi: nel 1987, per
esempio, una grave siccità distrusse tutte le coltivazioni di tre
dei più grandi campi agricoli nel sud dell'India. Come risultato,
i 15.000 rifugiati ospitati in questi campi, non ebbero alcun guadagno
proveniente dall'agricoltura, per un intero anno.
Sono stati pianificati sei progetti per sistemi di irrigazione da attuare
nel periodo compreso tra il 1992 ed il 1997, per cercare di risolvere,
almeno in parte, il problema.
In alcune aree, dove il terreno è troppo collinoso
per potere usare i trattori, vengono usati, per l'aratura, i buoi. Tuttavia,
dove è possibile, il CTRC vorrebbe introdurre più trattori
per aiutare la produzione ed abbassare i costi.
Parecchi campi stanno già portando avanti, con
successo, progetti di gestione di caseifici. Il CTRC vorrebbe introdurre
più mucche da latte in questi ed in altri campi, specialmente nelle
zone più remote dove non ci sono altre possibilità di impiego.
Artigianato
I centri artigianali hanno sempre concentrato la loro attività
sulla tessitura dei tappeti, ma i gestori dei centri e lo stesso CTRC
stanno cercando di diversificare ed incoraggiare la produzione, soprattutto,
verso settori quali la sartoria, il lavoro a maglia, il ricamo e la lavorazione
del legno.
Quando i vecchi centri di artigianato necessitano di ristrutturazioni,
il CTRC interviene ampliandoli ed apportando miglioramenti, per quanto
gli è possibile.
Vendita di maglioni
Nonostante questa sia una buona fonte di introiti, costringe gente che
potrebbe lavorare ed essere utile nel campo, ad allontanarsene e a vivere
in condizioni di scarsa igiene nei campi sovraffollati delle zone urbane
delle grandi città dell'India. Per potere aumentare i loro proventi
vendendo maglioni, queste persone sono costrette ad abbandonare la famiglia
e la terra da coltivare; attratti dalla possibilità di guadagno,
i giovani abbandonano la scuola per andare in giro per mercati, e questo
li espone a cattive influenze.
Durante i mesi invernali, i campi si svuotano e si
registra una netta diminuzione della produttività dei centri artigianali,
che vengono abbandonati, causando gravi perdite ai guadagni dei campi
stessi.
Per fronteggiare il problema il CTRC sta cercando di
creare imprese comunitarie in grado di consentire più vantaggi,
facendo in modo di competere con il richiamo costituito dal commercio
al di fuori dei campi.
Disoccupazione
Nei campi, il tasso di disoccupazione ( definito come il non avere un
impiego per più di sei mesi all'anno ), è circa il 18,5%,
e tra i giovani è particolarmente sentita. Nelle comunità
sparse i valori sono decisamente più contenuti, e questo perché
molte persone decidono di vivere fuori dai campi, motivati da migliori
prospettive di lavoro.
La mancanza di occupazione all'interno dei campi costringe
un gran numero di persone ad emigrare regolarmente per trovare lavoro,
sia vendendo maglioni, che lavorando in alberghi o negozi, o prestando
servizio come operai. Migliori prospettive di impiego all'interno dei
campi potrebbero aiutare ad evitare questa deleteria migrazione.
Il problema della disoccupazione è ulteriormente
aggravato dal crescente numero di esuli che continuano ad arrivare in
India, alla ricerca di libertà.. Mentre ogni nuovo rifugiato al
di sotto dei 25 anni viene inserito nella scuola tibetana, la reintegrazione
per coloro che superano quell'età è resa più difficile
dalla mancanza di opportunità di lavoro.
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Fin dall'inizio dell'esilio, nel 1959, la conservazione
dello stile di vita tibetano è stato l'obbiettivo principale della
comunità di rifugiati, ed anche dopo trent'anni di esilio esiste
continuamente le speranza di ritornare in Tibet, in futuro. La conservazione
della cultura tibetana, della religione e della identità nazionale
attraverso la reintegrazione dei rifugiati, riveste ancora un'enorme importanza,
ma mentre migliaia di tibetani continuano a scappare dal loro paese, in
Tibet sta crescendo una generazione privata della possibilità di
imparare liberamente la propria cultura, religione e lingua, ed un crescente
numero di cinesi si sta stabilendo in Tibet, questo obbiettivo sta diventando
sempre più arduo.
E' anche molto importante per la comunità dei
rifugiati, perfezionare la propria organizzazione economica. Nonostante
l'iniziale mancanza di esperienza nelle moderne aree economiche e tecniche,
hanno cercato di sviluppare al meglio l'organizzazione dei campi, cercando
di coinvolgerli in affari ed imprese finanziarie. L'obbiettivo a lungo
termine non è solo quello di uno sviluppo mirato al miglioramento
delle condizioni di vita dei tibetani in esilio, ma anche quello di creare
esperienza all'interno della comunità, in modo che possa essere
portata, un domani, nel Tibet libero, per potere creare un'economia stabile
ed autonoma.
Se il Tibet tornerà ad essere libero, i
tibetani potranno ritornare in patria con un bagaglio di conoscenza non
solo dell'antica cultura, lingua, religione e tradizioni, ma anche di
tipo tecnico e manageriale in diversi settori economici. Potranno quindi
portare avanti l'esperienza iniziata in esilio unendosi a coloro che sono
rimasti in Tibet, riuscendo così a ristabilire lo stile di vita
tibetano, dopo i lunghi anni dell'oppressione cinese.
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